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Tutto il mondo in una strada, tutta la sua follia in una città: Las Vegas!

Rumorosa, assurda, folle, unica, spettacolare. Questa è Las Vegas! Non importa se non siete amanti del gioco d’azzardo, se non avete mai sognato un matrimonio trash “in stile Elvis” o se il vostro viaggio in USA non prevedeva una sosta qui….siate pronti a cambiare programma e a trascorrere anche solo qualche ora in questo vero e proprio luna park per soli adulti eretto peccaminosamente nel deserto. Visitare Las Vegas è sicuramente una delle cose da fare almeno una volta nella vita, anche se solo per una notte e senza giocare nemmeno un centesimo! La amerete o la odierete, di certo non vi lascerà indifferenti.

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Hotel Venetian

Era l’estate del 2010 quando ho deciso di buttare giù un po’ di idee per organizzare un viaggio on the road di circa 20 giorni che mi avrebbe portato a percorrere il più bel tratto di costa degli Stati Uniti (Big Sur, che ho già raccontato in questo articolo),  a vivere qualche giorno a San Diego e a San Francisco, a rimanere letteralmente a bocca aperta di fronte a ciò che è in grado di plasmare la natura nei grandi parchi della California, ad attraversare il deserto e a stupirmi di Las Vegas.
Un viaggio studiato preventivamente per decidere le tappe irrinunciabili, scegliere le mete più suggestive e calcolare un po’ le distanze ma senza il condizionamento di prenotazioni fatte dall’Italia. Parto da Roma avendo scelto e pagato solo gli hotel nella città di arrivo (San Diego) e di partenza (San Francisco), nel mezzo, quello che succede succede! Ma questa in fondo è un’altra storia, un altro bel racconto di viaggio che non mancherò di condividere con voi nel mio blog. Ora la protagonista indiscussa è lei: Las Vegas, la regina del kitsch e dell’eccesso.

Prima di arrivare avevo in testa l’immagine che mi ero fatta di lei grazie ai tanti film ambientati proprio tra i suoi eccentrici hotel. Come per molti angoli degli USA, anche qui ti sembra di esserci già stato, di esserti seduto ai tavoli da Black Jack del Bellagio, dell’MGM o del Mirage insieme a George Clooney e Julia Roberts, di essere sopravvissuto incredibilmente ad “Una Notte da Leoni” :-D.

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The Strip _ Las Vegas Boulevard

A distanza di quasi 5 anni, due sono le sensazioni che ancora percepisco forti come se fossi tornata dal viaggio solo ieri: l’assurdità della sua nascita, della sua esistenza, della sua sopravvivenza e del suo surreale fascino;  la spettacolarità del suo profilo che si mostra piano piano quando si arriva in auto (a mio avviso il modo migliore per raggiungerla), dopo ore e ore in macchina nel bel mezzo del deserto.
A farle da anticamera la Mojave National Preserve, l’enorme distesa desertica della California , un luogo incontaminato a circa 200 km a nord-est di Los Angeles. Siamo in pieno deserto, la temperatura in estate qui supera facilmente i 40 gradi e non è facile imbattersi in qualche altro essere vivente che non sia un mitico roadrunner o un serpente a sonagli del Mojave.  A sud est, lungo la strada, seguite le indicazioni per le Kelso Dunes che vale la pena vedere e fotografare ma, tutto quello che dovete fare, se non siete al volante, è osservare dal finestrino la foresta di Joshua Tree più vasta del mondo!

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Kelso Dunes _ Deserto del Mojave

Gli Yucca Brevifolia, questo il nome botanico degli alberi di Giosuè, ad alcuni riporteranno alla memoria l’album degli U2 del 1987 ad altri, come me, le corse di Beep Beep perennemente inseguito da Willy il Coyote 🙂 ma a quanto pare il nome Joshua Tree fu dato da un gruppo di coloni mormoni che attraversando il deserto nella metà del XIX secolo, guardando la particolare forma di questi alberi, pensarono ad un passo della Bibbia in cui Giosuè alzava le braccia al cielo per pregare!
Pregate allora di non perdere tutti i vostri soldi a Las Vegas che di lì a poco farà capolino dalle aride rocce!

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Joshua Tree _ Deserto del Mojave

 

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Indicazioni per le Kelso Dunes

 

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Strada verso Las Vegas _ Deserto del Mojave

La città pulsa ad ogni ora. Di giorno vedrete orde di turisti stesi al sole nelle tante piscine degli strabilianti hotel della città oppure gruppi di giovani ragazze intente a girovagare in preda a maniacali istinti di shopping ossessivo-compulsivo alla ricerca di qualsivoglia souvenir ma, è con il calare del sole che si alza il sipario ed inizia lo spettacolo!
Uno show surreale che si ripete ogni sera fin dal lontano 1946, quando il gangster ebreo Bugsy Siegel aprì il primo hotel casinò di Las Vegas, il celeberrimo Flamingo, grazie ai finanziamenti delle famiglie mafiose della East Coast. Da allora, la città del peccato è diventata la capitale indiscussa del gioco d’azzardo e del divertimento. Si arriva qui e si sale su una giostra in funzione 24 ore su 24 dove è possibile fare davvero di tutto!

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Sostanzialmente Las Vegas è la Strip, la porzione del Las Vegas Boulevard lungo cui si allineano i casinò e gli alberghi più famosi.
E’ possibile vivere Las Vegas davvero in mille modi diversi.
Potrete scegliere uno o al massimo due alberghi dove trascorrere la serata, andare a qualche festa, assistere ad uno spettacolo e poi giocare ai tavoli o alle slot machine oppure, come ho fatto io, provare a vedere e vivere tutto quello che ha da offrire questo circo percorrendo la strip in lungo e in largo.

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Hotel Excalibur

Cosa fondamentale: scegliere in anticipo l’albergo dove trascorrere la notte.  Sul web sarà divertente documentarvi ma fondamentalmente, vista la vasta scelta, lasciate anche che a guidarvi sia l’istinto e l’ispirazione che a me hanno condotto alla piramide di vetro nero e acciaio alta 30 piani del Luxor, hotel in stile egiziano con anche una enorme sfinge! 😀
A Las Vegas potrete infatti decidere se passare la notte in qualche angolo di mondo o del passato, qui meticolosamente riprodotto per rendere ancora più surreale la vostra permanenza.
Avrei voluto dormire una notte in ogni hotel per poterli vedere tutti (sono la vera attrazione della città), ma con una sola notte a disposizione l’unica alternativa è stata partire dall’Excalibur (Vicino al Luxor) e risalire a piedi la Strip passando attraverso le hall di ogni hotel e poi ripercorrerla dall’altro lato al contrario! Adoro camminare (per fare quello che ho fatto io riponete i tacchi nello zaino, sfoderateli solo a cena o ad una festa, e camminate camminate camminate), ma anche se non sembra, la Strip è lunga. Vi fermerete molte volte per assistere agli spettacoli degli hotel, giocare e mangiare, quindi, una valida alternativa alla lunga e faticosa camminata potrebbe essere il Las Vegas Monorail. Questa monorotaia elevata è il modo più veloce e conveniente per muoversi lungo il Las Vegas Boulevard. I due estremi si trovano all’altezza dell’ MGM Grand sulla striscia sud e all’ Hotel Sahara a nord.

Hotel Luxor - Las Vegas
Hotel Luxor

Se tutto in una notte deve essere allora cominciate già ad immergervi nella follia della città  fin dall’ora dell’aperitivo e poi godetevi una cena tra le stelle in uno dei ristoranti più alti del mondo: il Top Of The World Restaurant.  La vista sulla città del gioco dall’ultimo piano dell’hotel Stratosphere è incredibile e la si può godere da qualsiasi angolazione: in 80 minuti, infatti, il ristorante ruota di 360° mostrando Las Vegas in tutto il suo splendore. Se la vista da qui non fosse sufficiente, all’esterno del ristorante c’è anche una giostra panoramica.

Bellagio
Hotel Bellagio

Entrate ed uscite dalle hall di tutti gli alberghi, fermatevi e fate il vostro gioco seduti a qualche tavolo e divertitevi alle slot machine, poi ancora guardate il bellissimo spettacolo delle fontane danzanti del Bellagio (qui potrete anche vedere il celebre show del Cirque du Soleil), assistete all’eruzione del Vulcano del Mirage, osservate le gondole del Venetian, ammirate gli squali dell’enorme acquario al Mandalay Bay Resort & Casino, divertitevi a vedere lo spettacolo dei pirati sul galeone del Treasure Island Hotel & Casino!
Ogni hotel saprà stupirvi ed intrattenervi con i suoi spettacoli e le sue attrazioni (splendidi esemplari di tigri bianche e un giardino esotico con i fenicotteri rosa vi accoglieranno rispettivamente all’hotel Mirage e al Flamingo!).  Tra tutti il Bellagio per me è uno dei più suggestivi per lo spettacolo delle fontane all’esterno e il soffitto interamente ricoperto di fiori di vetro di Murano all’interno della hall…..la serata volerà via, effimera e surreale, lasciando dentro di voi il ricordo di una notte folle, unica, fatta di divertimento, magia ed eccentricità.

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Fontane danzanti dell’Hotel Bellagio

 

Hotel New York New York - Las Vegas
Hotel New York New York

 

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Hotel Paris Las Vegas

E la mattina dopo, stremati dalla lunga nottata,  passando tra i corridoi del vostro hotel, troverete ancora tantissime persone su di giri, tutte con le carte di credito infilate nelle slot machine forse già dal mattino presto o, peggio ancora, dalla notte appena trascorsa… perché anche questo è Las Vegas.

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In volo sopra Manhattan

L’amico Davide Steccanella, già autore del primissimo articolo della sezione “Caro amico ti scrivo“, mi ha fatto dono di un altro bellissimo articolo per il mio blog. Appena ho aperto la mail in cui mi spediva il testo, due sono stati i pensieri che hanno immediatamente fatto capolino nella mia testa:
1) Adoro Manhattan ma quanti racconti su questa parte di mondo così nota! Anche io scriverò presto di NY, il suo articolo riuscirà a trasmettere qualcosa di assolutamente unico e diverso dai tanti “diari di viaggio” sulla Grande Mela?

2) Perché definisce Mahhattan una città? Perché non riferirsi alla metropoli che non dorme mai con il nome di New York?
Poi ho letto l’articolo, tutto d’un fiato, e quelle risposte sono arrivate semplici e chiare come i profili dei grattacieli di questo immenso palcoscenico che è la città di Manhattan… perché Manhattan è NY! Che si atterri al JFK  o a Newark tutti noi saliamo su quel volo di circa 9 ore che ci separa dal sogno americano per atterrare a Manhattan!
Davide insieme al testo non mi ha mandato le consuete foto che chiedo agli amici di inviarmi insieme al pezzo. Ne ho soltanto una. Mentre “impaginavo” ho pensato di inserire qualche mio scatto (l’immagine di copertina l’ho scattata dal Top of The Rock) ma poi ho realizzato che, qualsiasi foto, avrebbe interrotto e quasi sciupato lo splendido flusso narrativo di questo “nitido” racconto che mi ha fatto tornare improvvisamente in quelle strade quasi sentendone l’odore!
Lo pubblico così, come mi è arrivato. Magico, unico, appassionato. E quando tornerò a New York lo porterò con me, fedele compagno di viaggio, per poterne seguire i preziosi consigli!
Grazie Davide!

NY Stecca

Manhattan: il sogno…..la città più filmata, raccontata, amata, odiata, incompresa etc. etc. Manhattan….dove tutti i giorni milioni di lavoratori arrivano da dovunque per garantire il perfetto funzionamento di un gigantesco spettacolo. Manhattan….dove invece vivono milioni di riccastri che lavorano a Midtown, investono al south financial district ed abitano nell’Upper, o meglio, nell’Upper East se votano repubblicano e nell’Upper west se votano democratico, ed i cui rampolli viziati fanno gli alternativi nei quartieri “fighetta” a south di Midtown (Chelsea, Village, Tribeca, Soho e da qualche tempo anche l’ex rifugio degli immigrati poveri in canna Lower East side) e la notte vanno a divertirsi al neo-riciclato Meat-packing, dove una volta c’erano i vecchi macelli di carne, ed ora i locali notturni alla moda. Però è Manhattan, la città che più di tutte le altre al mondo sa emozionarti ogniqualvolta ti incontra, la città che (parlo per me che ci andai per la prima volta nel 1991) ti sa accogliere subito anche se non hai ancora imparato a muoverti fuori dal tuo paese, la città dalle mille contraddizioni ma dalle mille tentazioni, insomma la città che ad ogni angolo ti sollecita un pensiero, perchè ci puoi trovare davvero di….tutto, come in quel piatto che ti servono in un carinissimo ristorante (lo Sherwood) al n. 195 della suggestiva Smith street di Brooklyn (metro fermata Bergen), ove si legge, tra le pietanze esposte: “Cous cous with everything…..”.
Per comprendere appieno Manhattan non basterebbero credo anni, per provare alcune imparagonabili emozioni bastano invece anche pochi giorni ed il ricordo di questa straordinaria città ti resterà impresso per sempre nella tua memoria di viaggiatore, se avrete voglia di seguirmi vi racconterò alcuni dei miei “pensieri” di questi bellissimi giorni di aprile 2007 a Manhattan un pò come se ci allacciassimo le cinture dell’elicottero che per circa 80 dollari ti fa sorvolare per circa 10 minuti il cielo sopra i grattaceli del Midtown fino alla cd. madonna americana, ovvero la statua della libertà, e che sarebbe un vero delitto non provare visto che il “Taste of NY”, così si chiama, lo trovi a tutte le ore o quasi all’Eliport VIP sulla XII° AV. lungo il fiume Hudson alla altezza della 30° street vicino al nuovo grande padiglione espositivo in vetro buono per tutte le fiere e per tutte le…viste all’ altezza della 40° street. Mi va infatti di fissare qualche flash “a caldo” di questa rivisita dopo 7 anni e a torri ancora imperanti……a questa città dove ti può capitare di trovarti seduto in un vagone della metropolitana tra 5 diverse etnie, cosiccome di essere omaggiato di un introvabile espresso dall’italiano tra i tanti emigrato in un bar-trattoria di Mulberry street in Little Italy dalle inconfondibili tovaglie a quadretti rossi e bianchi, oppure ancora di essere redarguito da una coppia di severi poliziotti di Brooklyn perchè sorseggi una birra in mezzo alla strada nella città dove tutto sembra concesso ma tutto è in realtà da tempo sotto stretto controllo, al punto che ti domandi che fine hanno fatto i tanti homeless che solo pochi anni fa bivaccavano in questo attuale e splendente salotto a cielo aperto e dove aiuole fiorite di tulipani multicolori sparse in tutti gli angoli della città non presentano neppure una cartina malgettata e neppure alla domenica mattina in pieno centro.
A Manhattan cammini o prendi i fantastici bus sempre dritti e tanto facili ed efficienti che però, a differenza della abusata seppur efficientissima metro, ti consentono di guardare….e pensi, ad ogni punto guardi e pensi…… Cammini in pieno centro in zona East Tribeca e ti imbatti in una sezione distaccata del distretto di polizia ma uno strano odore ti arriva da una porta aperta sulla strada…è una enorme stalla di cavalli e pensi che sono quei cavalli che magari irrompono all’improvviso nell’incredibile giardino di Washington Square nel Village quello dal cui arco puoi vedere tutta la V° AV. che sale diritta fino al più blasonato Central Park, e dove ti può capitare di passare in una sorta di matrjoska musicale davanti ad un gruppo che balla il flamenco confinante con un gruppo di suonatori di Jazz confinante a sua volta con un gruppo di giovani rapper, e il tutto davanti a panchine ove siedono improbabili coppie formate da vistose prostitute biondastre maltinte e giganteschi neri rasta e vicino a distinti signori anziani che giocano a scacchi contro dei ragazzini dai pantaloni a vita bassa su tavolini in ghisa appositamente predisposti con scacchiera per la comunità. E pensi a come caspita sia possibile che i tanti studenti della zona (è la zona delle università) riescano a trovare la concentrazione in un posto così caleidoscopico eppure costa e ci riescono… Cammini nel Village lungo la interminabile Bleecker street e così passi direttamente dal ribelle e movimentato East Village, che ricorda nella sua fantastica Mark street i moti Hippy anni ’70 di San Francisco al più tipico e “cartolinato” West Village dalle tante casette a schiera tutte basse e tutte carine con la loro privata scaletta e che fa tanto film con Wynona Ryder o con i fratelli meno noti di Alec Baldwin, ma pensi che quello è anche il “posto” dove sono nati nel lontano 1969 i moti per la liberazione del mondo gay di Stonewall, come ti ricorda un apposito monumento nel vicino parchetto, o anche dove gente come Bob Dylan ha iniziato quella carriera che tutti conosciamo. Ti sposti allora verso la meravigliosa ed acciottolata 4° west, che di sera è un vero incanto, e incocci in fondo la fila rispettosa dei newyorkesi alla conquista dei celebri muffy al cioccolato debordante di Magnolia confezionati col pacchetto in cartone che fa tendenza, e pensi che magari sono anche loro suggestionati dal Sex and The city ma anche che a N.Y non si fanno fottere e quindi se c’è coda significa che quei dolci tanto belli sono anche tanto buoni. Cammini verso sud lungo la Greenwich street e ti trovi di colpo nel magico angolo sotto la Canal Street (quella che più a est è diventato il quartier generale dei cinesi prepotenti) ovvero nello stupefacente Tribeca sempre diverso e sempre più attraente e dove quasi in riva all’Hudson borghesi famigliuole con passeggino, cagnetto e loft ristrutturato ma con rigorosa scala anti-incendio esterna, ti rammentano che anche gli “eterosessuali” hanno la loro zona figa e di quartiere, anche se quei locali così tirati a lucido te li spacciano come intellettuali perchè scelti tra i primi da De Niro e dal compianto John John sono in realtà luoghi costosissimi e abitati dai figli viziati dei riccastri dell’Upper forse…west. Sali verso il Parco e verso Midtown…. Ti senti piccolo piccolo nella gigantesca MidTown ma che bello la mattina uscire dall’albergo sulla VIII° altezza 34, quella magica strada dove si trovano nell’ordine il Madison Square Garden (dove nel 1971 Alì battè Frazier o dove nel 1992 Dylan festeggiò i 30 anni di carriera e dove sono previsti in concerto i Genesis !!!), l’Empire Buliding tornato, obtorto collo, il più alto edificio di Manhattan e dove ovviamente il circo della città ti consente la salita fino alle 01.30 di notte così da vedere dall’alto Manhattan illuminata e Macy il più grande magazzino del mondo dove non so neanche cosa si compri (direi di tutto) ma certo che le sue scale mobili ancora in legno me le ricordo bene…, e non capire che tempo fa perchè quasi non si vede il cielo….il sole lascia spazi di azzurro che filtrano tra quei mostri in cemento che come un branco di leoni all’inizio fanno paura poi da vicino sono quasi affettuosi e dolci. E pensi che nel Midtown di Manhattan ti senti un pò come le aragoste represse in quelle orrende vasche da ristorante ove per prendere aria si è costretti a farsi largo per tentare di salire e non rimanere schiacciati in fondo, e così cerchi di salire…..sali sull’Empire perchè dal 100 piano si vede il cielo, oppure ti ficchi nel pacchianissimo Marriott Marquise piantato in mezzo a Time Square (Broadway/45 St.) per raggiungere con ascensore volante il celebre bar-ristorante dove la pedana gira e quindi ti cambia il branco dei grattaceli illuminati di intorno, e non ci sarà uno che è uno, neppure tra i più “scafati”, che alla vista di quello spettacolo di luci alla tua altezza non rimanga almeno per un attimo allibito con la faccia del bambino che per la prima volta vede l’albero di natale acceso. Pensi che vabbè è un pò come Las Vegas ma poi ti domandi subito perchè L.V ti sembra finta e invece, e forse perchè a Broadway si è fatta la storia del musical, Times Square la senti a suo modo “storica”, magia delle “mille luci” che forse sono persino di più e tutte racchiuse in uno slargo tra due vie, oppure emergi dalla folla del Rockfeller centre (V°/49 St.) e sali all’observatory deck per lasciare di sotto quel carnaio che a natale si mette a pattinare davanti al più grande albero di natale del mondo e che ormai hai visto in troppi film. Però riprendendo la mitica V°, che non è solo la via dei grandi negozi e dello shopping consumistico, puoi trovare alla altezza della 40 street la vecchia e sontuosa National Library dietro la quale ti puoi sedere per una salutare e decongestionante sosta nel lussuosissimo Bryant Park ove c’è un enorme prato talmente speciale e ben curato che anche i piccioni non si azzardano ad approcciarlo e camminano in silenzio lungo il basso recinto, oasi di verde incorniciata dai giganteschi profili dei grattaceli circostanti e pensi che è un piccolo ed esclusivo anticipo che ti regala Manhattan del più nordico ma altrettanto rettangolo-sagomato Central park. Proseguendo verso nord nel marasma di quei due enormi marciapiedi tagliati dalla diritta V° monodirezionata verso sud, capisci che sei tra la ricchezza più smargiassa eppur a suo modo sobria, e che non sei in California o a Tokyo ma a Manhattan, visto che il gioco del giro-collo destra-sinistra-destra ti fa vedere sulla sinistra l’antico club esclusivo al piano terra dove i vecchi Uppers elegantissimi in stile british sorseggiano Cognac vicino al camino giocando a bridge, e sulla destra la chiesa di St. Patrick, quella delle cerimonie VIP in limousine o dove Al Pacino Michele Coleone battezzava il figlio Antony nel Padrino parte prima. Ma attenzione ai lati intorno alla V°….a destra puoi provare l’ esperienza di entrare nella bellissima Grand Central Station, il salottto ferroviario rinnovato grazie al denaro dell’ icona Jaqueline (Madison/42 St.) con i suoi cento ristoranti nel piano sotterraneo ed il celebre Oyster che nulla ha da invidiare al contiguo ed iperlussuoso Cipriani recente ristorante tutto decori nella ex chiesa sconsacrata dove si cena solo in lungo e in smocking, e quindi proseguire a east sulla 42° verso l’East River fino a quella piccola Londra in miniatura che è la sopraelevata di Tudor place, abitata da età media 80 anni e che consente dal suo ricco giardinetto la migliore vista sul mitico Crysler il più bel grattacielo di Manhattan in stile art-decò incredibilmente vecchio di quasi un secolo, e ti trovi spalle all’Onu il palazzo di vetro sulla I° Av. affacciato sull’east river. Quando torni sulla V° e ti pare che ti manchi il respiro perchè i palazzi intorno a te diventano sempre più grandi ed incombenti e tu sempre più piccolo e magari non sai che di lì a poco ti si aprirà la più grande radura verde pensata in una città, puoi ancora prenderti delle pause sulle vie ai suoi lati e dedicarti stavolta all’arte e guarda un pò la grande mela dalle mille sorprese cosa ti riserva: una scelta (ma vanno fatte entrambe) tra l’entrare nel poco noto ma straordinario palazzo decò Fuller building (Madison Av/ 57 St.) ove andare su e giù con tanto di mappa che trovi all’ingresso, per i superbi ascensori tra i 12 piani di silenziosissime ma bellissime gallerie d’arte magari con esposti Chagall in vendita, oppure il ficcarti al Moma (VI°/ 53 St.) il museo tra i più belli del mondo e non solo per le opere ivi esposte ma proprio per lo “spazio” in sè.
Ma lo spettacolo della V° prosegue anche senza di te e ti viene da pensare che mica ci torni tutti i giorni e quindi perchè perdertelo ? Allora la riprendi, magari evitando finchè puoi il caos acquisti dei grandi negozi sempre aperti ma ovviamente dalle ore 10 del mattino in poi come si conviene in tutti i negozi ricchi che si rispettano, facendo ubriacare la tua oscillante testa sempre più picccina picciò tra la pazzesca Trump Tower in parte in oro ma con alberi piantati sui tetti (!!!) delle fontane interne illuminate e pensi al grande omaggio del magnate alla sua città con quel grandissimo spazio coperto in tutto vetro (ovviamente), e il vicino negozio giapponese su 8 piani della Tahashimata. Vuoi smargiassare a questo punto ? Bene, allora ti fai tutta la 57 street ovvero la più elegante via di NY quasi europea se non fosse per la smisurata altezza dei suoi palazzi che partono dalla Carnegie Hall sulla VI° la più famosa sala da concerto USA dove nel lontano 1965 Montserrat Caballè iniziò la sua straordinaria carriera con la Lucrezia Borgia di Donizetti, e finiscono sulla V°. Quando ormai sei pronto a pensare che non finisce più ecco che d’ improvviso dopo la 59° arrivi al corner della V° dove Plaza da una parte e Four Season dall’altra (Park Av/57) sei nel punto più ricco del mondo e basta Tiffany o Fao o anche il cubo trasparente della Apple tanto per dire i primi tre che ti vengono in mente, a ricordartelo, anche perchè fronte ti si apre il mitico Central park dove scorrono eleganti carrozze e che improvvisamente divide in due parti la città: east e west e allora capisci di colpo che è finita midtown e sei arrivato all’inizio dell’Upper, fine degli affari e dei negozi ed inzio del residenziale di altissimo livello eccoci insomma sulla strada dai quartieri alti. Central park non è un parco cittadino, è una immensa foresta in mezzo alla città dove trovi monti ove fare climbing e laghi dove noleggiare una barchetta per una gita, dove puoi riempirti la vaschetta di cibo a peso in uno dei tanti droghieri Deli & Grocer della Madison e mangiartela sui tavolini in ghisa dello zoo per bimbi (lato east altezza 65), oppure andare di sera a cenare alla Tavern of the green illuminata (lato west altezza 67), oppure fare omaggio allo strawberry fields il punto nel parco in memoria di John Lennon, oppure ancora osservare gli scoiattoli che se ne fregano di quella massa di pazzi jogger che vanno su e giù a tutte le ore con l’ipod in testa e il cronometro in mano etc. etc.
Ma dicevamo delle due strade dei quartieri alti l’upper east e l’upper west lungo parco….. Che bello camminare lungo l’upper east per scoprire che oltre ai tanti musei, tra cui la straordinaria pazzia di Lloyd Weber per il Solomon Guggheneim (88°), lo storico Metropolitan e il nazionale Withney (Madison/57) o anche la Frick collection c’è, in parallelo a destra, l’unica via, la Park Avenue, a doppia corsia perchè immense aiuole di fiori stupendi la dividono in modo da creare un’elegante spartiacque tra le tante livree delle tante case miliardarie con immancabile tendina prospicente e pensare che qui magari prende tanti voti Bush (il che è meno bello), oppure lungo il totalmente diverso ed opposto upper west passando per il centro della musica della Lincolm Centre che di sera sfoggia due giganteschi Chagall illuminati davanti alla fontana dove Cher attendeva Nicolas Cage in Stregata dalla luna e dove tutte le sere c’è spettacolo, percorrere la snob e democratica (qui è il regno di Hilary Clinton) Columbus e alla altezza della 72 e 75 goderti i due più bei palazzi residenziali di Manhattan con vista sul parco (o meglio è il Parco che ha la vista su di loro…) il celebre San Remo dalle due torri dove si girò 6 gradi di separazione e il Dakota al cui ultimo piano può anche accadere di vedere affacciarsi Yoko Ono vedova appunto di quell’ingresso al n. 72, dove un pazzo nel 1980 uccise il fondatore dei Beatles. Vai una sera in quel tempio a vedere la classica Turandot di Puccini nella celebre edizione di Zeffirelli e ti domandi come sia possibile che tutti quei distinti newyorkesi, che hanno avuto il privilegio di vedere e sentire su quel palco calibri come Joan Sutherland e Marylin Horne in Semiramide, oppure tenori come Corelli, Bergonzi e Pavarotti, e dove persino i lavabi del foyer ricordano artisti come Ezio Pinza, possano applaudire con trasporto un cast vocale imbarazzante ma sei felice perchè sei lì.
Ma Manhattan è anche decidere una mattina, tu che puoi e sei in vacanza, loro se vogliono continuare ad abitare lì devono sudarsela e lavorare quasi tutto l’anno, di prendere un bus che scende lungo la VII° (le direzioni su e giù sono alternate, le Avenue pari salgono verso il parco, le dispari scendono dal parco) e fermarti alla altezza della 30 west street e farti qualche ora a piedi in giro per Chelsea, il quartiere residenziale di case basse (per modo di dire perchè le costruzioni popolari in mattoni sono stupende ma altissime) che si chiama così perchè il suo fondatore gli dette il nome del quartiere di Londra ove si trovava l’ospedale che lo operò, per vedere il mitico Chelsea Hotel sulla 23 oppure per mangiare qualcosa al Empire Diner l’ex vagone ristorante adibito a locanda esterna sulla X° Av. quella delle tantissime gallerie d’arte dove decine e decine di appassionati o pseudotali girano in lungo e in largo con la mappetta alla ricerca del nuovo Leo Castelli, quello che scoperse Warhol, Hering, Basquiat e compagnia cantante. Quando pensi che sia finita qui invece arrivi scendendo al Meat-Packing, la zona un tempo malfamata lungo il south Hudson dove c’erano i vecchi macelli e scopri che ora è il ritrovo dei locali “bene” e trendy di Manhattan anche perchè una gigantesca pista ciclabile-pedonale-rollerblade etc. etc. ha trasformato il lungo-fiume in una oasi di tranquillo passeggio-jogging domenicale. A questo punto un pensiero quando arrivi allo stupendo negozio alimentare di Balducci che era un ex-banca (X°/14) ti viene guardando la ostentata vecchia ed ingiallita foto del signor Balducci e signora davanti alla insegna del loro piccolo negozietto impiantato appena arrivati in cerca di fortuna dalla Calabria. Pensi che qualcuno l’America qui l’ha trovata però, e allora ritorni col pensiero a quella sera al tramonto di Brooklyn sul molo del Fulton appena sotto il ponte e vicino al lussureggiante River cafè con quella incredibile vista sullo skyline di Manhattan che si illumina piano piano davanti a te (andarci assolutamente, metro fermata High street) e dove hai pensato a cosa doveva essere quella vista per i tanti immigrati poveri che abitavano a Brooklyn e che stanchi morti vedevano tutte le sere quel sogno sperando un giorno di farne parte….quanti sono i Balducci i cui carciofi han l’onore di venire citati tra gli immancabili orpelli delle ricche signore dell’upper east oggetto degli strali dello straordinario Edward Norton nella 25° Ora ? Pensate: un ponte si chiama Brooklyn e l’altro quasi parallelo Manhattan, a dare il senso della vita e della fortuna, gente che avanza e gente che retrocede…Manhattan era ovviamente avanzare, abitare anche nel Lower East side vicino a quel ponte dei sogni in osceni postriboli sovrammucchiati è stato per anni l’incubo di migliaia di nostri compaesani, oggi in quel Lower east side, dove il bravo Spike Lee ambienta la maggior parte delle sue pellicole, gli affitti sono alle stelle ed è ormai una delle ennesime zone trendy di manhattan, ecco che allora ti fermi e ti chiedi ma dove cazzo sono le zone non trendy a Manhattan ? Forse nel Bronx dove di solito non ci si va, di sicuro non ad Harlem, ormai residenziale quartiere dalle enormi avenue linde e pulite e dove ha preso ufficio Bill Clinton e dove ogni domenica fiotte di turisti affollano le tante chiese battiste intorno alla 116 street per provare il brivido del canto gospel di quelle voci nere che dal vivo sono ancora meglio di come uno se le immagina, io lo so, e tutte le volte vado alla M.te Nebou in Boulevard Adaym Clayton tra 115 e 116 (ore 11.00), e anche stavolta che spettacolo….che poi pensi manco occorre andare fino ad Harlem visto che ti può anche capitare una sera di trovare nel mezzanino di una fermata del metro una gigantesca signora di colore che per raccattare quattro spiccioli, ti improvvisa cantando sull’ipod amplificato alla bellemeglio, meraviglie blues ed anche il meglio di Withney Houston con voce…..più grossa.
Ma mica si può evitare di passare prima o poi dal più bel palazzo di N.Y, ovvero quel Flatiron Building in Madison Square altezza 23 ovvero il celebre ferro da stiro, e lì pensi che solo la magia di Manhattan ha fatto si che la innaturale intersezione di quella ribelle Broadway che, unica e sdegnosa, anzichè andare diritta come tutte le altre consorelle, parte da Wall street a south East e sale in diagonale verso West incrociando in quel punto della 23 la nobile V°, disegni giusto giusto quell’angolo prospettivo che sembra dare un senso al Flatiron, cosicchè pensi che forse è stato quell’incredibile edificio a stabilire la “anomalia” della Broadway. Cominci ad odiare questa città così straordinaria ovunque e comunque e per non invidiare i tanti fortunati che prima o poi dovrai salutare, ti racconti che in fondo ‘sti americani han tante cose ma tu vieni dalla patria della cultura etc. etc. ma attento a non proseguire in sta meravigliosa zona centrale sotto il Flatiron perchè finisci dritto dritto in Union Square, la celebre piazza aperta col giardino dove oltre al mercatino c’è il famoso ritrovo per i parlatori dove chiunque conciona su quel che vuole davanti a chi vuole fermarsi a sentire…e già perchè proprio in Union c’è uno dei più bei Barnes & Nobblett ovvero quella catena di gigantesche librerie su più piani aperte anche di sera ove, molto prima che da noi arrivasse Feltrinelli, la gente entra a leggere, e la disposizione delle migliaia di libri su quegli scaffali in legno ti fanno capire che sei a Manhattan, la patria anche di Kerouac e di Cunningham, e non certo tra gli americani “ignorantoni” tutti burger e baseball, che posto meraviglioso, l’altro molto bello è a Mark’s place, lo straordinario punto centrale dell’east village all’incrocio con la 8° east, dove parte anche la University Place, la cittadella studentesca che salendo finisce, guarda caso, proprio in Union square.
Ma a questo punto vi voglio raccontare di quanto è bello dedicare più di una giornata ai quartieri a sud del village, dove il triangolo comincia a rimpicciolirsi e dove due vie, peraltro molto brutte ma strategicamente poste in orizzontale, ovvero la Houston Street e la Canal Street, diventano per certi aspetti fondamentali per girare una delle parti più caratteristiche della città, ma andiamo con ordine, e visto che del Tribeca, l’angolo sotto la Canal street ho già riferito, passiamo verso east alla Houston e così se a nord della stessa troviamo il quartiere di Noho (north Houston), a sud finalmente troviamo la celebre Soho (south Houston) ovvero la zona “fica” delle case dai diversi colori pastellosi e con le celebri scale di ghisa esterne e dove non c’è negozio che non sia stato pensato per attirare il viandante, è stupendo e c’è solo l’imbarazzo della scelta tra alcune delle spettacolari viuzze che si intersecano tra loro, quali la Mercier, la Spring, la Delancy, la East Broadway, la Broome, ma la bellezza di farsi tutta diritta la Green street in discesa fino alla Canal dove da un lato (west) parte la brutta Chinatown e dall’altra (east) la già citata Lower east side fino alla partenza del ponte di Brooklyn (da fare a piedi se possibile), è davvero impagabile. Direttamente invece sotto il Village, e quindi non verso east ma più al centro, si trova invece il celebrato quartiere di Nolita che già dal nome si capisce che è proprio sopra Little Italy (North Little Italy) dove già che ci sei, se vuoi ancora trovare un tocco di Italia tutta maccheroni e mandolino, e dove alcuni negozi espongono ancora, oltre all’olio d’oliva e alla bufala, il panettone Alemagna (???), vale la pena farsi un giro nella Mulberry Street ultimo presidio di una mafia ormai sbeffeggiata dai Soprano e travolta dall’arresto di Gotti e dalla inarrestabile sopraffazione della triade cinese, che domina tutta la sottostante grande Canal. Non mi resta, alla fine di questo volo su Manhattan che raccontare la rimanente zona sud, ovvero la punta finale del triangolo, ove magicamente risalgono i grandi grattacieli del Financial district e dove accanto alla villetta stile piccola casa bianca del sindaco (la City Hall all’altezza della Chamber) o alla più vecchia chiesa di Manhattan, la St. Paul Chapel, oggi sorta di mausoleo memento per gli eroi dell’11 settembre, vestigia miracolosamente sopravvissuta alla tragedia essendo esattamente contingua alla grande voragine di Ground Zero, dove è retorico descrivere le impressioni di chi come me su quelle incredibili montagne di cemento era salito più volte e che oggi non ci sono più, puoi trovare il Tribunale di N.Y dalle grandi scalinate che tanti film hanno immortalato, e riprendendo la ormai dimenticata e finalmente diventata dritta Broadway, arrivare al cuore della finanza mondiale, la peraltro molto piccola Wall Street storica sede della borsa e quindi sempre dritto e incontro al vento a raffica che quasi sempre batte su quel punto esposto, fermarti in una delle tante panchine del gigantesco Battery park, americanissimo parco organizzato, che contrassegna la fine di Manhattan, con rituale vista su Ellis Island, l’isolotto dove venivano messi in quarantena i tanti immigrati che arrivavano con la nave così ben ripresa dal Nuovo mondo di Crialese, e sulla Statua della libertà di Liberty Island, entrambe ovviamente raggiungibili da comodi battelli…. Il nostro volo finisce qui, ma non mancate di assaggiare una sera la carne buona dei newyorker che non mangiano, ad onta dei tanti obesi, solo porcate, l’indirizzo è un must ed è molto più a nord, ovvero all’angolo tra la III° Av. (ricordarsi che la IV° non esiste…) e la 49° al n. 797, ed è il ristorante ricavato in un vecchio e basso edificio in stile Hopper di Smith & Wollensky, dove con piacevole sorpresa scopri che hanno tenuto conto di una tua prenotazione telefonica fatta dall’Italia e pur storpiandoti il cognome ti hanno riservato un bel tavolino nella saletta servita da due camerieri che sembrano usciti diritti diritti dal distretto di polizia del primo padrino. Ah dimenticavo: un fantastico servizio di metropolitana veloce più super Ait-train sopraelevato ti consente in 45 minuti d’orologio di raggiungere l’aereoporto di JFK dal New Yorker Hotel, il vecchissimo e glorioso albergo decò di Midtown vicino alla Penn Station, dove ha dormito Alì prima dell’incontro del 1971, e dove straconsiglio di andare e per posizione e per bellezza dell’edificio e per prezzo….(New Yorker Ramada Plaza Hotel, 481 VIII° Av/34 Street)

Seguendo il fuoco rosso dei Guarà nel cielo azzurro del Brasile

Andiamo in Brasile insieme alle emozioni letterarie di Maria Sorbi e quelle fotografiche di Marco Serazio. Lei amica esuberante, giornalista, e mamma premurosa. Lui imprenditore, avventuroso viaggiatore con la passione per la fotografia e affettuoso papà. Un evento: la migrazione dei Guará, che gli/ci regala un incredibile viaggio in un paese da scoprire anche con i loro preziosi consigli!

 

Articolo Maria
Stormo di Guarà _ Foto di Marco Serazio

Cari amici di Viaggiare è Sognare, vogliamo condividere con voi la nostra esperienza nel nord del Brasile. Un’avventura tra natura e paesaggi mozzafiato. Ecco come noi ci siamo innamorati di quei luoghi magici:

È quasi l’ora del tramonto. Ci appostiamo sul fiume vicino a un isolotto del delta di Parnaiba. E aspettiamo, in silenzio, a bordo di una barchetta. Spegnamo il motore. Passa mezz’ora e dall’orizzonte ecco che spunta il primo stormo di uccelli Guarà. Restiamo senza fiato talmente sono belli. Sfrecciano, rosso fuoco, sopra le mangrovie e si appostano sugli alberi della foresta. Macchie di colore acceso in mezzo al verde fitto degli alberi. Uno spettacolo.

Il Brasile è anche questo. Al Nord, sul fiume che separa lo stato del Maranhao e del Piauì, nella seconda metà di agosto è possibile intercettare la migrazione dei Guarà, splendide creature dalle piume rosse. Abbiamo preso spunto da questo magico e raro evento per costruire le tappe del nostro viaggio. E così ci troviamo a visitare un Brasile diverso e a concludere ogni nostra serata tra pescado alla griglia, amache, caipirinhia e due salti di forrò, la danza tipica del nord.

Da non perdere le lagune del parco nazionale dei Lencois Maranhenses (dette le lenzuola): dune di sabbia bianca intervallate da specchi trasparenti di acqua dolce. È l’acqua delle piogge, che contribuisce a formare un paesaggio lunare ed unico. Bellissimo rotolare sulla sabbia fino a tuffarsi in acqua. Imperdibili anche: una mattina all’alba sulle barche dei pescatori, una gita sui quod attraverso il deserto dei Lencois fino a raggiungere l’oceano, una visita a Santo Amaro, a pochi chilometri da Barreirinhas, villaggio intonso dove non sono ancora arrivati né il turismo né l’asfalto.

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Parco Nazionale dei Lencois Maranhenses _ Foto di Marco Serazio

Per concludere il lungo viaggio in mezzo alla natura, la meta ideale è Jericoacoara, patria del kite surf e della capoeira, già scoperta da anni dagli italiani e subito amata. È l’unico villaggio del Brasile in cui si può veder tramontare il sole dietro all’oceano anziché dietro alla terra. Magari godendosi lo spettacolo in sella a un bel cavallo bianco lungo il mare. A pochi chilometri di distanza, a Tatajuba, raggiungibile in jeep, si può mangiare l’aragosta stando con i piedi a mollo nell’acqua trasparente di una delle spiagge più incontaminate della zona. E si può azzardare una “discesa libera” sulle dune di sabbia noleggiando le tavole da surf. A Caburé ci si può sdraiare sulla spiaggia “che c’è e che non ci sarà”, destinata a sparire, erosa dall’oceano da un lato e dal fiume dall’altro.

Per scoprire, laguna dopo laguna, foresta dopo foresta, cosa intendono i brasiliani quando ti salutano dicendoti “beleza“.