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Vademecum per un viaggio in California.

Questa volta Davide ci regala un vero e proprio diario di viaggio/vademecum per la California e i grandi parchi dell’Ovest degli Stati Uniti!
Un itinerario indimenticabile, che ho fatto anche io anni fa, e che vi consiglio di leggere in questo post che, come per tutti quelli di Stecca, contiente sempre preziosi consigli 😉

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West USA, California e i grandi parchi

Giorni consigliati: quanto potete ma cmq almeno 15/21

Stagione consigliata: agosto

Costo: variabile, dipende dagli Hotel, se ti adatti anche basso

Mio periodo di visita: agosto 1991, 1998 e 2008 !!!

Comodo, non caro ed assolutamente esaltante viaggio è quello che può essere fatto con un semplice fly & drive dall’Italia nell’ovest degli USA (l’unica o quasi parte veramente bella di quel paese eccetto la somma N.Y si potrebbe anche dire….) e anche con bambini, agosto è il mese perfetto, insomma direi che è il viaggio estivo per antonomasia.

E’ un viaggio che abbina natura stupefacente a vita vorticosa, scenari “aperti” impressionanti a città tanto diverse quanto fascinose, io l’ho fatto per ben 3 volte nel 1991, nel 1998 e nel 2008 e sapete cosa vi dico…ci tornerei una quarta !!!!

Itinerario standard di 2/3 settimane con arrivo a Los Angeles e partenza da San Francisco:

1 giorno: Arrivo a L.A con fuso tosto, quindi meglio farsi una bella dormita in loco prima di partire, a tal proposito vi consiglio la nuovissima

Maison 140

140 S. Lasky Dr

Beverly Hills, CA 90212

+1 310-281-4000

Una stupenda villa bianca nel cuore di Beverly Hills (la Lasky è dove incrociano Wildshire e la S. Monica BLV e quindi vicino all’aereoporto di arrivo) così potete fare “due passi” (cosa non facilissima a L.A) nella zona verde e ricca (anzi direi “sardanapalica”….) di Rodeo Drive e Bel Air, rimandando a quando sarete meno spossati l’approccio a questa caotica ma a mio parere straordinaria città dai mille volti e dai mille quartieri estesa come la Toscana e che va girata per forza in auto (ma è facile).

2 giorno:  Partenza per San Diego (Autostrada 5 direzione sud) circa tre ore di auto, lungo la strada potete fermarvi a Laguna Beach un bel posto di mare frequentato da “artistoidi” dai molti danè, e quindi farvi due notti a San Diego così provate due zone diverse della ridente città al confine col Messico, famosa per le spiagge dei surfisti abbronzati e muscolosi.

La prima notte potete scegliere fra le varie spiagge dove il tramonto sul mare è spettacolare, dalla ricca e old style La Jolla alle più giovanili Ocean o Pacific o Mission Beach, e farvi un bel bagnetto nell’oceano tra i surfisti. Il posto più carino è a Mission Beach e si tratta di un resort di cottage su un lunghissimo molo di legno in mezzo al mare, il secondo giorno potrete invece addentrarvi nella città anche per farvi, grazie all’enorme sopraelevata che fa da ponte sulla baia, un giretto nella isola del famoso quanto “carerrimo” Hotel Coronado (dove han girato “A qualcuno piace caldo”). Noi abbiamo dormito a Hillcrest una zona molto carina e diciamo “di tendenza” poco sopra alla downtown, non mi sentirei tuttavia di consigliare il nostro hotel perchè ad onta di una mitica terrazza all’ottavo piano si pativa un caldo notevole giacchè le stanze sono senza aria condizionata e ad agosto fa molto caldo….la zona è piena di ristorantini carini da raggiungere a piedi.

4 giorno: Partenza verso il deserto della Arizona ed i suoi grandi parchi naturali, lungo la strada abbiamo voluto visitare la tanto conclamata Palm Beach e verrebbe da dire…beeech (non si capisce il suo successo se non per il famoso Betty Ford Centre dove vanno le americane ricche ed alcolizzate a farsi disintossicare da una vita del cavolo).

Siccome lungo la nostra strada c’era solo Havasu Lake city abbiamo dormito una notte in questo posto caldissimo sul lago dove un pazzo ha fatto trasportare il London Bridge (vero !!!). Vale la pena per il bagnetto nel lago al tramonto (spettacolare) e per un memorabile ristorante in perfetto stile americano-cowboy ma vero e non per turisti poco fuori in direzione aeroporto, che si chiama tipo oldshare o qualcosa del genere….dove si mangia una carne pazzesca e che ci ha consigliato la simpaticissima tipa che gestiva il nostro albergo ossia il Lake Havasu Travelodge che consiglio perché pulito, spazioso ed economico.

5 giorno: Arrivo al Grand Canyon (Arizona) ossia nel posto più spettacolare del viaggio, inutile descriverlo occorre andarci e basta e dormire almeno una notte in uno dei (pochi) resort dentro il parco dalla parte del south rim. Il più bello e caro è El Troubar ma si consiglia il contiguo Bright Angel Lodge gestito dalla imbattibile Xamberra (che è una sorta di nostrano FAI) posizionato proprio sul rim. Se state due notti (cosa che consiglio) e quindi avete un giorno pieno (il G.C va visto rigorosamente al tramonto o all’alba perché di giorno fa un caldo pazzesco ed è un carnaio di gente con gli hot dog) dovete prendere assolutamente l’elicottero che si infila dentro il canyon (esperienza memorabile) mentre per gli amanti del treno del tempo che fu, sempre la Xanterra ha riaperto la vecchia ferrovia del glorioso Coconino che puoi fare sorseggiando birra nei vecchissimi vagoni che corrono su una unica rotaia in mezzo ad una foresta strettissima. Ovvio che i più sportivi debbono cimentarsi nella discesa a piedi fino al Colorado che dura due giorni perché il clima richiede di farla in orario gestibile e quindi un simpatico resort ospita gli scalatori durante la notte.

7 giorno: Si arriva al punto più a Est del nostro viaggio ossia nella terra degli indiani Navajo per la spettacolare Monument Valley, il set preferito dai film di John Wayne per intenderci, che al tramonto è davvero imperdibile coi suoi riflessi naturali rosso fuoco sulle cime e per dormire, se non volete spendere troppo nel memorabile nuovo resort fronte Monument, non resta che cercare nella vicina Kayenta, noi ci siamo trovati benissimo al Best Western Highway 163, Kayenta, Arizona, 86033, US.

8 giorno: Direzione Nord-West e da Kayenta Arizona si va nello Utah verso lo spettacolare Bryce Canyon dove c’è il famoso anfiteatro dai pinnacoli rossi (meraviglioso), ma prima, se partite di buon ora da Kayenta, avete tutto il tempo di vedere prima dall’alto il per me un tantino sopravvalutato Lake Powell (mai capito dove nasca il suo mito) e quindi di farvi una fantastica gitarella al bellissimo parco di Zion e ritrovare quel verde che vi era un po’ mancato nel secco deserto dell’arizona, e così arrivate giusti giusti allo spettacolare tramonto sul Bryce (da urlo !!!). Per dormire la nostra sistemazione al Bryce Canyon Resort sulla panoramica Highwy 12 appena fuori dal parco (139 WEST UTAH HIGHWAY 12,PO 640006) era davvero ottima, ed alla sera ci sono alcuni ranch alla americana per mangiare tanto, bene e spendendo poco, che direi che è il massimo….

9 giorno: Rinfrancato lo spirito dai tramonti del lago, del Canyon della Monument e del Bryce, è ora di ritrovare luci e “casino” (anzi casinò…), e quindi è giunto il momento di andare nel Nevada verso la mitica Las Vegas che, poche storie, rimane ancora (e dopo che è la terza volta che ci vado !!!) nella sua assurdità uno dei posti imperdibili da vedere almeno una volta nella vita, anzi direi che migliora sempre. Tra i tanti hotel di grande lusso a prezzi concorrenziali del mitico quanto kilometrico strip, noi siamo stati all’Exalibur un tempo il più grande ma che ancora oggi sfoggia la più bella illuminazione serale e garantisce (fondamentale dato il clima giornaliero) una fantastica piscina con tutti i confort americani del caso. Memorabile il buffet giapponese al Today nel grande centro commerciale vicino al Paris (dopo cena cosa c’è di meglio di una salita sulla finta ma gigantesca torre Effeil ?), spettacolare il gioco di acqua notturno del Bellagio, e davvero da “fuori di testa” le 5 leonesse ingabbiate in uno zoo di vetro dell’albergo MGM sotto il cui pavimento trasparente la fila di turisti scatta improbabili foto al ventre delle medesime….Non fate le pazzesche montagne russe del New York Hotel se non siete allenati perchè scendete con la pettinatura di Stanlio….io già detti 10 anni fa e me lo ricordo ancora.

11 giorno: La seconda tappa più bella del viaggio dopo il Grand Canyon la si raggiunge dal deserto di Las Vegas ed è la famigerata Valle della Morte alias Death Valley anche essa, dati i 46 gradi, da gustare al tramonto o all’alba magari dal celebre Zabrinskie Point (vd. Antonioni), se vi beccate come noi pure la luna piena allora direi che sarete di fronte ad uno dei panorami più incredibili che esistono sul pianeta, l’ottimo Fournace Creek Ranch vi accoglierà per la notte e per la piscina durante la calura del giorno, in un ambiente straordinario di palmeti in pieno deserto da era glaciale (prenotatelo con largo anticipo è sempre strapieno).

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12 giorno: Dopo lo stacco del deserto è ora di riaffrontare la vita e quindi si torna a L.A dove vi consiglio di accaparrarvi per almeno due notti un posto davvero straordinario e parlo del Venice on the Beach Hotel, una villa di due piani in adobe in stile Hopper situata sulla spiaggia (nel vero senso….) della superba Ocean Front Walk di Venice Beach, gestita dallo strepitoso Gregg, tra l’altro a pochi metri dalla mitica Washington road dove alla sera convoglia la Venice che “vive”

Giuro che vale il viaggio quasi lei da sola……(2819 Ocean Front Walk, Venice, CA 90405 USA). Di giorno cosa di meglio che noleggiare una bici e pedalare lungo l’interminabile lungo mare continuo di Venice, Santa Monica e Marina del Rey tra una sosta e l’altra per un salutare tuffo nell’Oceano ?

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14 giorno: Ora ci si sposta (L.A non è una città è un continente…) dal mare di Venice alla zona di West Hollywood anche perché un giretto sulle varie Sunset nonché Hollywood Boulevard et similia vorrete farlo no ? Altra “dritta” da segnarvi col pennino d’oro ragazzi per due notti ivi, qualora non abbiate così tanti soldi da potervi permettere il più bell’albergo del mondo ovvero il mitico Chateau Marmond sulla Sunset nel punto dello strip (pazzesco !!!), è il Beverly Motor Laurel Hotel sulla Beverly Boulevard all’incrocio con la Laurel, davvero merita per luogo, posizione etc. e poi sotto ha il mitico Swingers dove la mattina puoi fare uno dei migliori breakfast degli USA !!!  Mi raccomando a L.A non mancate almeno una sera di salire in cima alla post-point street di Hollywood (zona Mullholland drive) da dove si domina tutta L.A dall’alto che si illumina all’imbrunire, di farvi una bella mezza giornata camminando nella Melrose avenue la via coi negozi più “strani” della california e se andate agli studios della Universal impedibile è la nuoverrima attrazione dei Simpson.

16 giorno: Ora si sale verso la California del centro-nord e basta col caldo e vi porto nella davvero incantevole Peninsula di Monterey non tanto per la leziosa e odiosamente riccastra Carmel (la cittadina di cui fu sindaco Clint Eastwood) ma per farvi fare al tramonto la straordinaria 17 Miles drive ovvero quella superba strada a pagamento che nebbiosamente si infrattaglia fronte oceano con viste e punti spettacolari illuminata da colori mozzafiato. Alla sera per la notte consiglio il Pacific Grove Inn una vecchia casa vittoriana in stile del 1905 di Pacific Grove dove puoi anche gustare dei favolosi Waffels cotti al momento per te a colazione.

Questo da L.A a Monterey peninsula è il tratto di strada più lungo del viaggio e dura circa 6 ore di auto, ma è pieno di luoghi ove fare pause etc. se riuscite a ricavarvi un po’ di tempo merita di essere fatto tutto sulla mitica panoramica lungo-costa meglio nota come il  celebre Big Sur.

17 giorno: Due ore circa di auto da Pacific Grove e finalmente si arriva a San Francisco che è talmente bella che direi che è inutile che ve la descriva. L’albergo dove prenotare tutta la vita è il Triton in pieno centro a fianco della porta cinese dove la Grant incrocia la Bush e che ha persino tre stanze pittate da glorie locali, e parlo di gente del calibro di Graham Nash o di Garcia dei Greateful Dead .

Tutta san Francisco merita di essere assaporata metro per metro ed occorre destinarvi almeno 2 o 3 giorni pieni, certo ci sono i luoghi must come il punto delle sette sorelle, la vista dall’alto di Twin Peacks, il celebre ponte che conduce a Sausalito, Alcatraz, la guidata sulla Lombard Street (la strada ripida più tortuosa del mondo), un giretto sul Cable di legno, il bagno di folla al Fisherman, il giro completo della Haight/Asbury dove è nata tutta la musica che conta degli anni sessanta etc. etc.

(*) Se volete infine farvi una escursione di due giorni ed una notte da San Francisco, invece delle solite Napa o Yosemithe (comunque molto belle soprattutto la seconda) vi propongo un posto meno battuto dai turisti italiani ovvero il Lago Tahoe al confine con il Nevada a circa 3 ore e mezza di auto e reso celebre dal Padrino parte seconda. Si tratta di un immenso lago di montagna dal colore incredibilmente blu e circondato da montagne piene di pini e dove, diciamocelo pure, dati per acquisiti i tanti fascini del Pacifico, ti fai di gran lunga il più bel bagno del viaggio. Ovvio che anche l’ennesimo tramonto del West sia all’altezza…. Per il pernottamento è pieno di alloggi in legno carini, il nostro dava pure le bici gratis per girare, trattasi dell’ America Vacation Hotel (3845 Pioneer Trail – South Lake Tahoe 96150 – Stati Uniti).

Altre estensioni, se avete ulteriori giorni a disposizione, che si consigliano, sono alcuni altri parchi verso est e molto belli tipo il Sequoia o l’Arches, oppure una ulteriore estensione oltre la Monument valley verso le riserve indiane del Navajo fino al famoso Four corner point (dove incrociano 4 stati) e andare al Mesa Verde nello stato del Colorado stupefacente e ben conservato villaggio nella roccia che risale a molti secoli fa.

Oppure verso nord si può arrivare fino alla capitale dello Utah Salt Lake city per visitare lo spettacolare parco di Yellowstone (quello dell’orso Yoghi per intenderci) coi suoi stupefacenti gheiser eruttanti, mentre se volete invece scendere ancora più a sud di San Diego può essere “interessante” raggiungere il confine messicano di Tijuana per vedere la micidiale ed inquietante differenza tra tra straricchi e strapoveri in pochi metri (fa effetto !!).

P.S: consiglio personale: se volete poi recarvi a fare mare nella successiva Baja California fermatevi al mere di Cortez e non scendete assolutamente verso Los Cabos e Capo san Luca che tutte le agenzie ti propinano perchè sono due posti assurdi, brutti, pieni di gente, caldissimi e con un mare quasi inaccessibile.

 *La foto di copertina è un mio scatto a San Francisco.

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La mia Venezia

Davide ormai è di casa sul mio blog così quanto lo è nella sua amata Venezia.
Anche questa volta riesce a catapultarci lì con lui e a questo punto la prossima volta che andrò nella Serenissima gli chiederò di farmi da Cicerone 😉
Le foto sono quelle del mio ultimo viaggio in questa meravigliosa città.
Buona lettura per sentirci un po’ veneziani anche noi…
Grazie Davide!

DSC_0335Venezia bene o male la conoscono tutti ma la gran parte a mio parere la conosce più male che bene, giacché la nota “serenissima”, famosa ed apprezzata in tutto il mondo, non si riduce certo ai soliti luoghi di meta del turismo di massa, e nonostante sia tutto sommato abbastanza piccola ed ancora (fortuna vuole) abbastanza uniforme nelle sue magiche strutture, è città molto diversa a seconda non solo dei suoi sei storici sestieri ma anche di quei suoi veri e propri micro-quartieri che si annidano nei detti sestieri.
Non a caso tra gli abitanti doc di Venezia chi bazzica un sestiero raramente mostra particolare interesse per gli altri, e così nascono e crescono per affetto frammisto ad abitudine i fans del proprio sestiere quasi peggio che a Pisa, e chi ama i sestieri più vissuti e nascosti come Castello o Canareggio guarderà con malcelato snobismo ai più rutilanti e colorati San Marco e Dorsoduro, cosiccome nel suo bel mezzo del serpentone che avvolge la città i “signori” di Santa Croce (il sestiere più chic) guardano con un certo fastidio al troppo frequentato confinante San Polo. Insomma dove vivi stai, i veneziani si sa non sono grandi scopritori di novità, e così io, che 13 anni fa ebbi la grande fortuna di aggiudicarmi un buchetto carino a Castello, ho finito con l’adeguarmi agli usi della città e quindi oggi per me Venezia è Castello, anzi dirò di più, per me Venezia è la vita di quartiere che faccio nel sestiere, e il mio quartiere è quello del quadrilatero che inizia appena dopo il campo San Bartolomeo (San Bortolo per i veneziani) dietro il ponte di Rialto all’altezza del ponte delle paste in San Lio e si chiude al campo dell’ospedale della chiesa dei santi Giovanni e Paolo al confine con Canareggio.

Quando arrivo mi installo qui e vivo come se fossi nel mio quartiere, qui c’è tutto e ci sto bene un po’ come a casa mia.
Al ponte della paste vado a trovare la bella signora bionda della omonima pasticceria specializzata in vaschette di crema, che è sempre abbronzata perché nel pomeriggio va da una amica con giardino, ed ha un figlio ormai grande che da anni studia a Milano ma ama tanto d’estate andare negli USA.
Un metro più avanti c’è il mitico e defilato Portego, uno dei più suggestivi “bacari” veneziani dove il nuovo cuoco è un genio specializzato in primi, e ogni volta che mi presento da solo mi da subito una birretta alla spina e quindi mi piazza sulla botte di entrata che siccome è la più scomoda non la vuole nessuno, e mi fa assaggiare la sua ennesima nuova creazione non prima di avermi placato con i suoi mitici cuori tondi di carciofo che da nessun’ altra parte del mondo puoi trovare così buoni e alla fine pago i soliti 15 euri dopo avere visto scene di vita veneziana giacchè il bacaro è il ritrovo di quelli che vanno a bere la mitica “ombra de vin” che in realtà significa che dopo 4 o 5 bicchieri di rosso sono tutti ubriachi e fanno un casino di inferno nella corte appena fuori dall’ entrata vicino al cesso, giovani e vecchi.
Dopo san lio, superato lo stupendo arco del paradiso del XIV secolo arriva il campo Formosa dove c’è il baracchino dello spriz più buono di Venezia ossia lo Zanzibar dove ormai appena mi siedo al primo tavolino libero del campo senza chiedermi nulla mi portano lo spriz all’aperol con due patatine rancide in croce al misero prezzo di 2 euro e 50 ma sono seduto davanti ad una vista magnifica e prima delle 10 di mattina il caffè me lo lasciano portare da me senza menate di servizio e sovraprezzi, poi meglio di no sennò vedono i turisti a cui il sovraprezzo lo chiedono eccome…
Nella calle longa ci sono i miei due amici ossia i due fantastici fratelli che vivono alle fondamenta nuove (nove per loro) e che qui gestiscono edicola, tabacchi e internet point e che soprattutto mi tengono da anni le chiavi di riserva per ogni evenienza, insomma la tabaccheria di calle longa è un po’ la mia dependance.
Ormai poi Formosa è diventato un must, ora infatti non c’è più solo la Fondazione Querini con il celebre giardino di Scarpa ma ha finalmente riaperto anche il mitico Palazzo Grimani di rugaciuffa forse uno dei più bei palazzi di Venezia, peccato abbiano già chiuso l’annesso bar interno del cortile che era gestito da un toscano, ottimo per arrivarci giusto giusto prima di fare il ciclico salto alla fondamentale lavanderia a gettone di rugaciuffa dove il proprietario mi fa lo “sconto Venezia” da quando assistette divertito a me che ricevevo (ovviamente rifiutando) la mancia da due anziani signori canadesi cui avevo spiegato il funzionamento dell’essiccatore.

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Notarsi che il giorno dopo quella impresa avrei invece occupato in pieno giorno l’ intera calle con la mia amica Renata nel goffo tentativo di asciugare a mano al sole quelle maledette lenzuola matrimoniali che sull’onda dell’entusiasmo per quanto avvenuto il giorno precedente avevo inopinatamente deciso di lavare senza prima sincerarmi del corretto funzionamento appunto di detto essiccatore.
Però da quel giorno mi sorride sempre ogni volta che mi vede anche la ex burbera fruttivendola che finisce ogni volta preda delle inarrestabili macchine fotografiche dei japan ammirate dal suo banchetto colorato pieno di frutta semplicemente appoggiato al palazzo patrizio.
Al mattino di solito quando mi alzo vado a fare colazione dalla mia adorata signora Didovich, titolare della migliore pasticceria di venezia sita in campo santa marina, la Signora (la chiamano come Gertrude alias la monaca di Monza) vive al lido perché è più secco e più comodo, dice, ma da numerose generazioni gestisce quel locale, mi ama molto da quando ci siamo conosciuti anni fa ed ogni volta che vado insiste per offrirmi le sue paste e il cappuccio e siccome mi secca scroccare sempre, cerco almeno la mattina di andarci prima che la signora arrivi, ossia prima delle 10.
Preso il giornale dai fratelli di calle longa mi assiedo al bar dell’orologio del campo Formosa fronte alla chiesa (dove il parroco persona tutta speciale fa cantare gruppi etnici di ragazzi di tutte le provenienze, altro che benetton) che è il regno di una signora settantenne strepitosa che dopo avermi salutato con un ormai divenuto sintomo di raggiunta confidenzialità (questa è l’interpretazione che do io ovviamente, perché… l’altra mi piace meno) “ciao vecio”, mi regala ogni volta detti veneziani da brivido che poi molto spesso mi dimentico e che non ha mai perso il suo mattiniero buonumore neppure dopo essere rimasta drammaticamente vedova alcuni anni fa di un marito tanto burbero quanto all’apparenza (evidentemente sbagliata) invulnerabile e a cui volevano bene tutti.
A casa mia poi appena arrivo ricevo gli omaggi sinceri della giovane signora del secondo piano che ebbe a salvarmi la caldaia impazzita qualche natale orsono e che infatti mi dice “ciao” e quelli meno sinceri della perfida Cesca del quinto che infatti invece mi dice “buongiorno Avvocato”, e che nonostante sia stata a scrocco a casa mia per oltre 4 mesi con il marito quando dovette ristrutturare casa, ancora oggi mi chiede ogni volta il contributo per le pulizie delle scale che fa…(o almeno dice) lei, ma va bene così, detesterei stare in una casa dove non sanno chi sono.

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Fino a qualche tempo fa nella casa attaccata dal muro confinante ci abitava anche il mio amico Paolino della galleria Bugno ma ora lui si è trasferito in Toscana e mi ha lasciato in eredità la mitica signora Margherita che ad onta del nome è in realtà una gentilissima signora rumena che ogni tanto viene a pulirmi la casa e che è poi l’amica di quel signore egiziano che invece ogni tanto viene a rimettermela su, visto che l’umidità a pian terreno è tale che anche i muri ogni tot vanno come dire un po’…ripresi.
Nel campo dell’ospedale c’è il mitico Rosa Salva che piace tanto ai miei amici perché è facile arrivarci dopo il ponte Minich per la prima colazione, e a me pure ma ben mi guardo dal sedermi fuori visto che i prezzi sono da…fuori di testa, però è anche vero che quel campo è straordinario e che oltre alla facciata dell’ospedale che è poi la gloriosa scuola di san Marco e alla statua in bronzo del Colleoni è quello dal quale si possono programmare varie gite per zone meno note.
Dal lato destro si va verso la zona della superba chiesa di San Francesco della Vigna con il colonnato fuori ed il meraviglioso Bellini dentro oltre il chiostro è una delle cose più belle da vedere a Venezia, dal lato sinistro si va verso Canareggio e la chiesa dei miracoli dove era ambientato il film di Sordini, dopo aver superato la bellissima casa del papà del mio amico Gionata, e infine andando dritti si va verso la stupenda passeggiata di fondamenta nuove luogo da dove partono le barche per le isole.
Poi se voglio evadere dal mio quartiere ma continuare a sentirmi a casa mia, la sera mi trovo con il mio amico Giovanni che abita nel punto più bello di Canareggio, ovvero sulle fondamenta in zona Sant’Alvise e a cui devo la attuale permanenza della casa sommersa dalla tremenda ondata di due anni fa, e che mi porta dove sa lui magari con il “topine” (che è poi suo figlio Francesco) e Roberta, o vado da solo al cinema Giorgione agli apostoli o vado a mangiare con gli amici al mio adorato Zucca nel bellissimo campo San Giacomo dove il proprietario, che sa di somigliare un po’ a Rossi Stuart ma non per questo se la tira, ormai mi conosce e non mi fa mancare il suo storico flan, la sera mi piace andarci allo zucca perché così passo da Santa Croce che di notte è magica e poi posso concludere la serata nell’unico punto notturno vivo di Venezia ossia a Rialto (imparagonabile di sera rispetto al giorno) nella zona del Tribunale e del bancogiro dove sempre il Giovanni, alias il GS, racconta trovasse usbergo tra una scorribanda e l’altra il Casanova…una sera mi sono visto su uno schermo aperto in campo di uno dei tanti bar affollatissimi l’intera partita dell’Inter a scrocco dove a settembre è anche sede del festival di liberazione ex rifondazione che è una panacea ogni tanto frequentare dopo tanti lustrini borghesi della mostra del cinema.
Oppure proseguo oltre san Bartolo verso il meraviglioso Teatro Malibran e mi infilo nel ramo del remer oltre la fiaschetteria toscana per fumarmi nell’omonimo campiello una sigaretta in uno dei più bei punti aperti sul canale di Venezia affacciato a sinistra sul ponte di rialto illuminato, al centro sul mercato del pesce e a destra su ca Pesaro fronte Ca d’oro per poi prima di rientrare fermarmi a mangiare la mitica crepe alla nutella del negozietto verso la bissa.

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Domenica mattina dopo essermi spinto nella zona estrema di Castello dove c’è San Pietro e quindi la quiete dei giardini di sant’Elena  se non mi fermo a mangiare ai mitici Tosi nulla di meglio che tornare a San Bortolo dove superato il negozio Disney c’è il mio ristorante preferito ossia l’Antico Calice gestito da simpaticissimi fratelli che un tempo erano i proprietari della Botte dietro calle della bissa e che possono anche fari sognare con le tagliatelle alle capesante e pomodorini più buone del mondo.
Poi Venezia è tanto altro, ma per me la mia vera Venezia si gioca più o meno tutta lì, poco ? Credetemi per me è talmente bella che da tempo la considero un po’ la mia seconda casa, ed il bello è che ormai anche quel quartiere la pensa così di me, visto che anche tutti i commessi del celebre negozio di ferramenta Ratti dove si vende di tutto prima di arrivare in San Marco mi salutano ogni volta che mi incontrano lungo le calli della zona…
E io ? Quanti amici ho portato per questo quartiere del sestiere in questi quasi 15 anni ? Non lo so, tanti di sicuro e nessuno si è mai lamentato di Castello e per vedere San Marco aspettano la notte quando in giro per Venezia non c’è più quasi nessuno.

In volo sopra Manhattan

L’amico Davide Steccanella, già autore del primissimo articolo della sezione “Caro amico ti scrivo“, mi ha fatto dono di un altro bellissimo articolo per il mio blog. Appena ho aperto la mail in cui mi spediva il testo, due sono stati i pensieri che hanno immediatamente fatto capolino nella mia testa:
1) Adoro Manhattan ma quanti racconti su questa parte di mondo così nota! Anche io scriverò presto di NY, il suo articolo riuscirà a trasmettere qualcosa di assolutamente unico e diverso dai tanti “diari di viaggio” sulla Grande Mela?

2) Perché definisce Mahhattan una città? Perché non riferirsi alla metropoli che non dorme mai con il nome di New York?
Poi ho letto l’articolo, tutto d’un fiato, e quelle risposte sono arrivate semplici e chiare come i profili dei grattacieli di questo immenso palcoscenico che è la città di Manhattan… perché Manhattan è NY! Che si atterri al JFK  o a Newark tutti noi saliamo su quel volo di circa 9 ore che ci separa dal sogno americano per atterrare a Manhattan!
Davide insieme al testo non mi ha mandato le consuete foto che chiedo agli amici di inviarmi insieme al pezzo. Ne ho soltanto una. Mentre “impaginavo” ho pensato di inserire qualche mio scatto (l’immagine di copertina l’ho scattata dal Top of The Rock) ma poi ho realizzato che, qualsiasi foto, avrebbe interrotto e quasi sciupato lo splendido flusso narrativo di questo “nitido” racconto che mi ha fatto tornare improvvisamente in quelle strade quasi sentendone l’odore!
Lo pubblico così, come mi è arrivato. Magico, unico, appassionato. E quando tornerò a New York lo porterò con me, fedele compagno di viaggio, per poterne seguire i preziosi consigli!
Grazie Davide!

NY Stecca

Manhattan: il sogno…..la città più filmata, raccontata, amata, odiata, incompresa etc. etc. Manhattan….dove tutti i giorni milioni di lavoratori arrivano da dovunque per garantire il perfetto funzionamento di un gigantesco spettacolo. Manhattan….dove invece vivono milioni di riccastri che lavorano a Midtown, investono al south financial district ed abitano nell’Upper, o meglio, nell’Upper East se votano repubblicano e nell’Upper west se votano democratico, ed i cui rampolli viziati fanno gli alternativi nei quartieri “fighetta” a south di Midtown (Chelsea, Village, Tribeca, Soho e da qualche tempo anche l’ex rifugio degli immigrati poveri in canna Lower East side) e la notte vanno a divertirsi al neo-riciclato Meat-packing, dove una volta c’erano i vecchi macelli di carne, ed ora i locali notturni alla moda. Però è Manhattan, la città che più di tutte le altre al mondo sa emozionarti ogniqualvolta ti incontra, la città che (parlo per me che ci andai per la prima volta nel 1991) ti sa accogliere subito anche se non hai ancora imparato a muoverti fuori dal tuo paese, la città dalle mille contraddizioni ma dalle mille tentazioni, insomma la città che ad ogni angolo ti sollecita un pensiero, perchè ci puoi trovare davvero di….tutto, come in quel piatto che ti servono in un carinissimo ristorante (lo Sherwood) al n. 195 della suggestiva Smith street di Brooklyn (metro fermata Bergen), ove si legge, tra le pietanze esposte: “Cous cous with everything…..”.
Per comprendere appieno Manhattan non basterebbero credo anni, per provare alcune imparagonabili emozioni bastano invece anche pochi giorni ed il ricordo di questa straordinaria città ti resterà impresso per sempre nella tua memoria di viaggiatore, se avrete voglia di seguirmi vi racconterò alcuni dei miei “pensieri” di questi bellissimi giorni di aprile 2007 a Manhattan un pò come se ci allacciassimo le cinture dell’elicottero che per circa 80 dollari ti fa sorvolare per circa 10 minuti il cielo sopra i grattaceli del Midtown fino alla cd. madonna americana, ovvero la statua della libertà, e che sarebbe un vero delitto non provare visto che il “Taste of NY”, così si chiama, lo trovi a tutte le ore o quasi all’Eliport VIP sulla XII° AV. lungo il fiume Hudson alla altezza della 30° street vicino al nuovo grande padiglione espositivo in vetro buono per tutte le fiere e per tutte le…viste all’ altezza della 40° street. Mi va infatti di fissare qualche flash “a caldo” di questa rivisita dopo 7 anni e a torri ancora imperanti……a questa città dove ti può capitare di trovarti seduto in un vagone della metropolitana tra 5 diverse etnie, cosiccome di essere omaggiato di un introvabile espresso dall’italiano tra i tanti emigrato in un bar-trattoria di Mulberry street in Little Italy dalle inconfondibili tovaglie a quadretti rossi e bianchi, oppure ancora di essere redarguito da una coppia di severi poliziotti di Brooklyn perchè sorseggi una birra in mezzo alla strada nella città dove tutto sembra concesso ma tutto è in realtà da tempo sotto stretto controllo, al punto che ti domandi che fine hanno fatto i tanti homeless che solo pochi anni fa bivaccavano in questo attuale e splendente salotto a cielo aperto e dove aiuole fiorite di tulipani multicolori sparse in tutti gli angoli della città non presentano neppure una cartina malgettata e neppure alla domenica mattina in pieno centro.
A Manhattan cammini o prendi i fantastici bus sempre dritti e tanto facili ed efficienti che però, a differenza della abusata seppur efficientissima metro, ti consentono di guardare….e pensi, ad ogni punto guardi e pensi…… Cammini in pieno centro in zona East Tribeca e ti imbatti in una sezione distaccata del distretto di polizia ma uno strano odore ti arriva da una porta aperta sulla strada…è una enorme stalla di cavalli e pensi che sono quei cavalli che magari irrompono all’improvviso nell’incredibile giardino di Washington Square nel Village quello dal cui arco puoi vedere tutta la V° AV. che sale diritta fino al più blasonato Central Park, e dove ti può capitare di passare in una sorta di matrjoska musicale davanti ad un gruppo che balla il flamenco confinante con un gruppo di suonatori di Jazz confinante a sua volta con un gruppo di giovani rapper, e il tutto davanti a panchine ove siedono improbabili coppie formate da vistose prostitute biondastre maltinte e giganteschi neri rasta e vicino a distinti signori anziani che giocano a scacchi contro dei ragazzini dai pantaloni a vita bassa su tavolini in ghisa appositamente predisposti con scacchiera per la comunità. E pensi a come caspita sia possibile che i tanti studenti della zona (è la zona delle università) riescano a trovare la concentrazione in un posto così caleidoscopico eppure costa e ci riescono… Cammini nel Village lungo la interminabile Bleecker street e così passi direttamente dal ribelle e movimentato East Village, che ricorda nella sua fantastica Mark street i moti Hippy anni ’70 di San Francisco al più tipico e “cartolinato” West Village dalle tante casette a schiera tutte basse e tutte carine con la loro privata scaletta e che fa tanto film con Wynona Ryder o con i fratelli meno noti di Alec Baldwin, ma pensi che quello è anche il “posto” dove sono nati nel lontano 1969 i moti per la liberazione del mondo gay di Stonewall, come ti ricorda un apposito monumento nel vicino parchetto, o anche dove gente come Bob Dylan ha iniziato quella carriera che tutti conosciamo. Ti sposti allora verso la meravigliosa ed acciottolata 4° west, che di sera è un vero incanto, e incocci in fondo la fila rispettosa dei newyorkesi alla conquista dei celebri muffy al cioccolato debordante di Magnolia confezionati col pacchetto in cartone che fa tendenza, e pensi che magari sono anche loro suggestionati dal Sex and The city ma anche che a N.Y non si fanno fottere e quindi se c’è coda significa che quei dolci tanto belli sono anche tanto buoni. Cammini verso sud lungo la Greenwich street e ti trovi di colpo nel magico angolo sotto la Canal Street (quella che più a est è diventato il quartier generale dei cinesi prepotenti) ovvero nello stupefacente Tribeca sempre diverso e sempre più attraente e dove quasi in riva all’Hudson borghesi famigliuole con passeggino, cagnetto e loft ristrutturato ma con rigorosa scala anti-incendio esterna, ti rammentano che anche gli “eterosessuali” hanno la loro zona figa e di quartiere, anche se quei locali così tirati a lucido te li spacciano come intellettuali perchè scelti tra i primi da De Niro e dal compianto John John sono in realtà luoghi costosissimi e abitati dai figli viziati dei riccastri dell’Upper forse…west. Sali verso il Parco e verso Midtown…. Ti senti piccolo piccolo nella gigantesca MidTown ma che bello la mattina uscire dall’albergo sulla VIII° altezza 34, quella magica strada dove si trovano nell’ordine il Madison Square Garden (dove nel 1971 Alì battè Frazier o dove nel 1992 Dylan festeggiò i 30 anni di carriera e dove sono previsti in concerto i Genesis !!!), l’Empire Buliding tornato, obtorto collo, il più alto edificio di Manhattan e dove ovviamente il circo della città ti consente la salita fino alle 01.30 di notte così da vedere dall’alto Manhattan illuminata e Macy il più grande magazzino del mondo dove non so neanche cosa si compri (direi di tutto) ma certo che le sue scale mobili ancora in legno me le ricordo bene…, e non capire che tempo fa perchè quasi non si vede il cielo….il sole lascia spazi di azzurro che filtrano tra quei mostri in cemento che come un branco di leoni all’inizio fanno paura poi da vicino sono quasi affettuosi e dolci. E pensi che nel Midtown di Manhattan ti senti un pò come le aragoste represse in quelle orrende vasche da ristorante ove per prendere aria si è costretti a farsi largo per tentare di salire e non rimanere schiacciati in fondo, e così cerchi di salire…..sali sull’Empire perchè dal 100 piano si vede il cielo, oppure ti ficchi nel pacchianissimo Marriott Marquise piantato in mezzo a Time Square (Broadway/45 St.) per raggiungere con ascensore volante il celebre bar-ristorante dove la pedana gira e quindi ti cambia il branco dei grattaceli illuminati di intorno, e non ci sarà uno che è uno, neppure tra i più “scafati”, che alla vista di quello spettacolo di luci alla tua altezza non rimanga almeno per un attimo allibito con la faccia del bambino che per la prima volta vede l’albero di natale acceso. Pensi che vabbè è un pò come Las Vegas ma poi ti domandi subito perchè L.V ti sembra finta e invece, e forse perchè a Broadway si è fatta la storia del musical, Times Square la senti a suo modo “storica”, magia delle “mille luci” che forse sono persino di più e tutte racchiuse in uno slargo tra due vie, oppure emergi dalla folla del Rockfeller centre (V°/49 St.) e sali all’observatory deck per lasciare di sotto quel carnaio che a natale si mette a pattinare davanti al più grande albero di natale del mondo e che ormai hai visto in troppi film. Però riprendendo la mitica V°, che non è solo la via dei grandi negozi e dello shopping consumistico, puoi trovare alla altezza della 40 street la vecchia e sontuosa National Library dietro la quale ti puoi sedere per una salutare e decongestionante sosta nel lussuosissimo Bryant Park ove c’è un enorme prato talmente speciale e ben curato che anche i piccioni non si azzardano ad approcciarlo e camminano in silenzio lungo il basso recinto, oasi di verde incorniciata dai giganteschi profili dei grattaceli circostanti e pensi che è un piccolo ed esclusivo anticipo che ti regala Manhattan del più nordico ma altrettanto rettangolo-sagomato Central park. Proseguendo verso nord nel marasma di quei due enormi marciapiedi tagliati dalla diritta V° monodirezionata verso sud, capisci che sei tra la ricchezza più smargiassa eppur a suo modo sobria, e che non sei in California o a Tokyo ma a Manhattan, visto che il gioco del giro-collo destra-sinistra-destra ti fa vedere sulla sinistra l’antico club esclusivo al piano terra dove i vecchi Uppers elegantissimi in stile british sorseggiano Cognac vicino al camino giocando a bridge, e sulla destra la chiesa di St. Patrick, quella delle cerimonie VIP in limousine o dove Al Pacino Michele Coleone battezzava il figlio Antony nel Padrino parte prima. Ma attenzione ai lati intorno alla V°….a destra puoi provare l’ esperienza di entrare nella bellissima Grand Central Station, il salottto ferroviario rinnovato grazie al denaro dell’ icona Jaqueline (Madison/42 St.) con i suoi cento ristoranti nel piano sotterraneo ed il celebre Oyster che nulla ha da invidiare al contiguo ed iperlussuoso Cipriani recente ristorante tutto decori nella ex chiesa sconsacrata dove si cena solo in lungo e in smocking, e quindi proseguire a east sulla 42° verso l’East River fino a quella piccola Londra in miniatura che è la sopraelevata di Tudor place, abitata da età media 80 anni e che consente dal suo ricco giardinetto la migliore vista sul mitico Crysler il più bel grattacielo di Manhattan in stile art-decò incredibilmente vecchio di quasi un secolo, e ti trovi spalle all’Onu il palazzo di vetro sulla I° Av. affacciato sull’east river. Quando torni sulla V° e ti pare che ti manchi il respiro perchè i palazzi intorno a te diventano sempre più grandi ed incombenti e tu sempre più piccolo e magari non sai che di lì a poco ti si aprirà la più grande radura verde pensata in una città, puoi ancora prenderti delle pause sulle vie ai suoi lati e dedicarti stavolta all’arte e guarda un pò la grande mela dalle mille sorprese cosa ti riserva: una scelta (ma vanno fatte entrambe) tra l’entrare nel poco noto ma straordinario palazzo decò Fuller building (Madison Av/ 57 St.) ove andare su e giù con tanto di mappa che trovi all’ingresso, per i superbi ascensori tra i 12 piani di silenziosissime ma bellissime gallerie d’arte magari con esposti Chagall in vendita, oppure il ficcarti al Moma (VI°/ 53 St.) il museo tra i più belli del mondo e non solo per le opere ivi esposte ma proprio per lo “spazio” in sè.
Ma lo spettacolo della V° prosegue anche senza di te e ti viene da pensare che mica ci torni tutti i giorni e quindi perchè perdertelo ? Allora la riprendi, magari evitando finchè puoi il caos acquisti dei grandi negozi sempre aperti ma ovviamente dalle ore 10 del mattino in poi come si conviene in tutti i negozi ricchi che si rispettano, facendo ubriacare la tua oscillante testa sempre più picccina picciò tra la pazzesca Trump Tower in parte in oro ma con alberi piantati sui tetti (!!!) delle fontane interne illuminate e pensi al grande omaggio del magnate alla sua città con quel grandissimo spazio coperto in tutto vetro (ovviamente), e il vicino negozio giapponese su 8 piani della Tahashimata. Vuoi smargiassare a questo punto ? Bene, allora ti fai tutta la 57 street ovvero la più elegante via di NY quasi europea se non fosse per la smisurata altezza dei suoi palazzi che partono dalla Carnegie Hall sulla VI° la più famosa sala da concerto USA dove nel lontano 1965 Montserrat Caballè iniziò la sua straordinaria carriera con la Lucrezia Borgia di Donizetti, e finiscono sulla V°. Quando ormai sei pronto a pensare che non finisce più ecco che d’ improvviso dopo la 59° arrivi al corner della V° dove Plaza da una parte e Four Season dall’altra (Park Av/57) sei nel punto più ricco del mondo e basta Tiffany o Fao o anche il cubo trasparente della Apple tanto per dire i primi tre che ti vengono in mente, a ricordartelo, anche perchè fronte ti si apre il mitico Central park dove scorrono eleganti carrozze e che improvvisamente divide in due parti la città: east e west e allora capisci di colpo che è finita midtown e sei arrivato all’inizio dell’Upper, fine degli affari e dei negozi ed inzio del residenziale di altissimo livello eccoci insomma sulla strada dai quartieri alti. Central park non è un parco cittadino, è una immensa foresta in mezzo alla città dove trovi monti ove fare climbing e laghi dove noleggiare una barchetta per una gita, dove puoi riempirti la vaschetta di cibo a peso in uno dei tanti droghieri Deli & Grocer della Madison e mangiartela sui tavolini in ghisa dello zoo per bimbi (lato east altezza 65), oppure andare di sera a cenare alla Tavern of the green illuminata (lato west altezza 67), oppure fare omaggio allo strawberry fields il punto nel parco in memoria di John Lennon, oppure ancora osservare gli scoiattoli che se ne fregano di quella massa di pazzi jogger che vanno su e giù a tutte le ore con l’ipod in testa e il cronometro in mano etc. etc.
Ma dicevamo delle due strade dei quartieri alti l’upper east e l’upper west lungo parco….. Che bello camminare lungo l’upper east per scoprire che oltre ai tanti musei, tra cui la straordinaria pazzia di Lloyd Weber per il Solomon Guggheneim (88°), lo storico Metropolitan e il nazionale Withney (Madison/57) o anche la Frick collection c’è, in parallelo a destra, l’unica via, la Park Avenue, a doppia corsia perchè immense aiuole di fiori stupendi la dividono in modo da creare un’elegante spartiacque tra le tante livree delle tante case miliardarie con immancabile tendina prospicente e pensare che qui magari prende tanti voti Bush (il che è meno bello), oppure lungo il totalmente diverso ed opposto upper west passando per il centro della musica della Lincolm Centre che di sera sfoggia due giganteschi Chagall illuminati davanti alla fontana dove Cher attendeva Nicolas Cage in Stregata dalla luna e dove tutte le sere c’è spettacolo, percorrere la snob e democratica (qui è il regno di Hilary Clinton) Columbus e alla altezza della 72 e 75 goderti i due più bei palazzi residenziali di Manhattan con vista sul parco (o meglio è il Parco che ha la vista su di loro…) il celebre San Remo dalle due torri dove si girò 6 gradi di separazione e il Dakota al cui ultimo piano può anche accadere di vedere affacciarsi Yoko Ono vedova appunto di quell’ingresso al n. 72, dove un pazzo nel 1980 uccise il fondatore dei Beatles. Vai una sera in quel tempio a vedere la classica Turandot di Puccini nella celebre edizione di Zeffirelli e ti domandi come sia possibile che tutti quei distinti newyorkesi, che hanno avuto il privilegio di vedere e sentire su quel palco calibri come Joan Sutherland e Marylin Horne in Semiramide, oppure tenori come Corelli, Bergonzi e Pavarotti, e dove persino i lavabi del foyer ricordano artisti come Ezio Pinza, possano applaudire con trasporto un cast vocale imbarazzante ma sei felice perchè sei lì.
Ma Manhattan è anche decidere una mattina, tu che puoi e sei in vacanza, loro se vogliono continuare ad abitare lì devono sudarsela e lavorare quasi tutto l’anno, di prendere un bus che scende lungo la VII° (le direzioni su e giù sono alternate, le Avenue pari salgono verso il parco, le dispari scendono dal parco) e fermarti alla altezza della 30 west street e farti qualche ora a piedi in giro per Chelsea, il quartiere residenziale di case basse (per modo di dire perchè le costruzioni popolari in mattoni sono stupende ma altissime) che si chiama così perchè il suo fondatore gli dette il nome del quartiere di Londra ove si trovava l’ospedale che lo operò, per vedere il mitico Chelsea Hotel sulla 23 oppure per mangiare qualcosa al Empire Diner l’ex vagone ristorante adibito a locanda esterna sulla X° Av. quella delle tantissime gallerie d’arte dove decine e decine di appassionati o pseudotali girano in lungo e in largo con la mappetta alla ricerca del nuovo Leo Castelli, quello che scoperse Warhol, Hering, Basquiat e compagnia cantante. Quando pensi che sia finita qui invece arrivi scendendo al Meat-Packing, la zona un tempo malfamata lungo il south Hudson dove c’erano i vecchi macelli e scopri che ora è il ritrovo dei locali “bene” e trendy di Manhattan anche perchè una gigantesca pista ciclabile-pedonale-rollerblade etc. etc. ha trasformato il lungo-fiume in una oasi di tranquillo passeggio-jogging domenicale. A questo punto un pensiero quando arrivi allo stupendo negozio alimentare di Balducci che era un ex-banca (X°/14) ti viene guardando la ostentata vecchia ed ingiallita foto del signor Balducci e signora davanti alla insegna del loro piccolo negozietto impiantato appena arrivati in cerca di fortuna dalla Calabria. Pensi che qualcuno l’America qui l’ha trovata però, e allora ritorni col pensiero a quella sera al tramonto di Brooklyn sul molo del Fulton appena sotto il ponte e vicino al lussureggiante River cafè con quella incredibile vista sullo skyline di Manhattan che si illumina piano piano davanti a te (andarci assolutamente, metro fermata High street) e dove hai pensato a cosa doveva essere quella vista per i tanti immigrati poveri che abitavano a Brooklyn e che stanchi morti vedevano tutte le sere quel sogno sperando un giorno di farne parte….quanti sono i Balducci i cui carciofi han l’onore di venire citati tra gli immancabili orpelli delle ricche signore dell’upper east oggetto degli strali dello straordinario Edward Norton nella 25° Ora ? Pensate: un ponte si chiama Brooklyn e l’altro quasi parallelo Manhattan, a dare il senso della vita e della fortuna, gente che avanza e gente che retrocede…Manhattan era ovviamente avanzare, abitare anche nel Lower East side vicino a quel ponte dei sogni in osceni postriboli sovrammucchiati è stato per anni l’incubo di migliaia di nostri compaesani, oggi in quel Lower east side, dove il bravo Spike Lee ambienta la maggior parte delle sue pellicole, gli affitti sono alle stelle ed è ormai una delle ennesime zone trendy di manhattan, ecco che allora ti fermi e ti chiedi ma dove cazzo sono le zone non trendy a Manhattan ? Forse nel Bronx dove di solito non ci si va, di sicuro non ad Harlem, ormai residenziale quartiere dalle enormi avenue linde e pulite e dove ha preso ufficio Bill Clinton e dove ogni domenica fiotte di turisti affollano le tante chiese battiste intorno alla 116 street per provare il brivido del canto gospel di quelle voci nere che dal vivo sono ancora meglio di come uno se le immagina, io lo so, e tutte le volte vado alla M.te Nebou in Boulevard Adaym Clayton tra 115 e 116 (ore 11.00), e anche stavolta che spettacolo….che poi pensi manco occorre andare fino ad Harlem visto che ti può anche capitare una sera di trovare nel mezzanino di una fermata del metro una gigantesca signora di colore che per raccattare quattro spiccioli, ti improvvisa cantando sull’ipod amplificato alla bellemeglio, meraviglie blues ed anche il meglio di Withney Houston con voce…..più grossa.
Ma mica si può evitare di passare prima o poi dal più bel palazzo di N.Y, ovvero quel Flatiron Building in Madison Square altezza 23 ovvero il celebre ferro da stiro, e lì pensi che solo la magia di Manhattan ha fatto si che la innaturale intersezione di quella ribelle Broadway che, unica e sdegnosa, anzichè andare diritta come tutte le altre consorelle, parte da Wall street a south East e sale in diagonale verso West incrociando in quel punto della 23 la nobile V°, disegni giusto giusto quell’angolo prospettivo che sembra dare un senso al Flatiron, cosicchè pensi che forse è stato quell’incredibile edificio a stabilire la “anomalia” della Broadway. Cominci ad odiare questa città così straordinaria ovunque e comunque e per non invidiare i tanti fortunati che prima o poi dovrai salutare, ti racconti che in fondo ‘sti americani han tante cose ma tu vieni dalla patria della cultura etc. etc. ma attento a non proseguire in sta meravigliosa zona centrale sotto il Flatiron perchè finisci dritto dritto in Union Square, la celebre piazza aperta col giardino dove oltre al mercatino c’è il famoso ritrovo per i parlatori dove chiunque conciona su quel che vuole davanti a chi vuole fermarsi a sentire…e già perchè proprio in Union c’è uno dei più bei Barnes & Nobblett ovvero quella catena di gigantesche librerie su più piani aperte anche di sera ove, molto prima che da noi arrivasse Feltrinelli, la gente entra a leggere, e la disposizione delle migliaia di libri su quegli scaffali in legno ti fanno capire che sei a Manhattan, la patria anche di Kerouac e di Cunningham, e non certo tra gli americani “ignorantoni” tutti burger e baseball, che posto meraviglioso, l’altro molto bello è a Mark’s place, lo straordinario punto centrale dell’east village all’incrocio con la 8° east, dove parte anche la University Place, la cittadella studentesca che salendo finisce, guarda caso, proprio in Union square.
Ma a questo punto vi voglio raccontare di quanto è bello dedicare più di una giornata ai quartieri a sud del village, dove il triangolo comincia a rimpicciolirsi e dove due vie, peraltro molto brutte ma strategicamente poste in orizzontale, ovvero la Houston Street e la Canal Street, diventano per certi aspetti fondamentali per girare una delle parti più caratteristiche della città, ma andiamo con ordine, e visto che del Tribeca, l’angolo sotto la Canal street ho già riferito, passiamo verso east alla Houston e così se a nord della stessa troviamo il quartiere di Noho (north Houston), a sud finalmente troviamo la celebre Soho (south Houston) ovvero la zona “fica” delle case dai diversi colori pastellosi e con le celebri scale di ghisa esterne e dove non c’è negozio che non sia stato pensato per attirare il viandante, è stupendo e c’è solo l’imbarazzo della scelta tra alcune delle spettacolari viuzze che si intersecano tra loro, quali la Mercier, la Spring, la Delancy, la East Broadway, la Broome, ma la bellezza di farsi tutta diritta la Green street in discesa fino alla Canal dove da un lato (west) parte la brutta Chinatown e dall’altra (east) la già citata Lower east side fino alla partenza del ponte di Brooklyn (da fare a piedi se possibile), è davvero impagabile. Direttamente invece sotto il Village, e quindi non verso east ma più al centro, si trova invece il celebrato quartiere di Nolita che già dal nome si capisce che è proprio sopra Little Italy (North Little Italy) dove già che ci sei, se vuoi ancora trovare un tocco di Italia tutta maccheroni e mandolino, e dove alcuni negozi espongono ancora, oltre all’olio d’oliva e alla bufala, il panettone Alemagna (???), vale la pena farsi un giro nella Mulberry Street ultimo presidio di una mafia ormai sbeffeggiata dai Soprano e travolta dall’arresto di Gotti e dalla inarrestabile sopraffazione della triade cinese, che domina tutta la sottostante grande Canal. Non mi resta, alla fine di questo volo su Manhattan che raccontare la rimanente zona sud, ovvero la punta finale del triangolo, ove magicamente risalgono i grandi grattacieli del Financial district e dove accanto alla villetta stile piccola casa bianca del sindaco (la City Hall all’altezza della Chamber) o alla più vecchia chiesa di Manhattan, la St. Paul Chapel, oggi sorta di mausoleo memento per gli eroi dell’11 settembre, vestigia miracolosamente sopravvissuta alla tragedia essendo esattamente contingua alla grande voragine di Ground Zero, dove è retorico descrivere le impressioni di chi come me su quelle incredibili montagne di cemento era salito più volte e che oggi non ci sono più, puoi trovare il Tribunale di N.Y dalle grandi scalinate che tanti film hanno immortalato, e riprendendo la ormai dimenticata e finalmente diventata dritta Broadway, arrivare al cuore della finanza mondiale, la peraltro molto piccola Wall Street storica sede della borsa e quindi sempre dritto e incontro al vento a raffica che quasi sempre batte su quel punto esposto, fermarti in una delle tante panchine del gigantesco Battery park, americanissimo parco organizzato, che contrassegna la fine di Manhattan, con rituale vista su Ellis Island, l’isolotto dove venivano messi in quarantena i tanti immigrati che arrivavano con la nave così ben ripresa dal Nuovo mondo di Crialese, e sulla Statua della libertà di Liberty Island, entrambe ovviamente raggiungibili da comodi battelli…. Il nostro volo finisce qui, ma non mancate di assaggiare una sera la carne buona dei newyorker che non mangiano, ad onta dei tanti obesi, solo porcate, l’indirizzo è un must ed è molto più a nord, ovvero all’angolo tra la III° Av. (ricordarsi che la IV° non esiste…) e la 49° al n. 797, ed è il ristorante ricavato in un vecchio e basso edificio in stile Hopper di Smith & Wollensky, dove con piacevole sorpresa scopri che hanno tenuto conto di una tua prenotazione telefonica fatta dall’Italia e pur storpiandoti il cognome ti hanno riservato un bel tavolino nella saletta servita da due camerieri che sembrano usciti diritti diritti dal distretto di polizia del primo padrino. Ah dimenticavo: un fantastico servizio di metropolitana veloce più super Ait-train sopraelevato ti consente in 45 minuti d’orologio di raggiungere l’aereoporto di JFK dal New Yorker Hotel, il vecchissimo e glorioso albergo decò di Midtown vicino alla Penn Station, dove ha dormito Alì prima dell’incontro del 1971, e dove straconsiglio di andare e per posizione e per bellezza dell’edificio e per prezzo….(New Yorker Ramada Plaza Hotel, 481 VIII° Av/34 Street)